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Una lettera firmata da 70 ricercatori, tra cui Cerf e Berners-Lee, entra a gamba tesa nella controversa riforma del diritto d’autore

 (Afp)
 Tim Berners-Lee

Una norma sul copyright che minaccia internet. Non usano giri di parole, Cerf, Berners-Lee e altri luminari che hanno contribuito a edificare la Rete come la conosciamo. E che questa volta prendono di mira l’Unione europea. Che si è mostrata più attenta di altri Stati ai diritti dei cittadini, attraverso il Regolamento sulla privacy (il GDPR). Ma che ora - è la contestazione degli architetti della Rete - rischia di cadere sul diritto d’autore.

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Prima l’antefatto. Da tempo Parlamento e Commissione europea discutono di una proposta di riforma del copyright. E su alcuni degli articoli proposti - in particolare l’art 13 - la discussione si è fatta via via più accesa. Ora la prossima settimana è attesa una votazione della commissione giuridica del Parlamento Ue.

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La lettera dei padri della Rete

In questo quadro, nei giorni scorsi, è arrivato un appello firmato da personalità autorevoli. Una settantina di ricercatori e studiosi, incluse alcune figure considerate tra i “padri di internet”, hanno infatti scritto una lettera aperta al presidente dell’europarlamento Antonio Tajani, chiedendogli di opporsi a uno degli aspetti più controversi della nuova direttiva sul copyright nel mercato unico digitale, l’articolo 13.

Questa disposizione impone maggiori responsabilità in capo a siti e servizi internet per i contenuti che ospitano. In particolare siti che permettono agli utenti di caricare testi, audio, video, codice dovranno filtrare automaticamente i contenuti, confrontandoli con quelli registrati dai detentori di copyright in un database; diversamente rischiano multe per violazione del diritto d’autore. Tra gli autori della lettera al parlamento figurano l’inventore del Web Tim Berners-Lee, e Vint Cerf, considerato tra i padri di internet. Ma anche Jimmy Wales, cofondatore di Wikipedia, Brester Kahle, fondatore dell’Internet Archive, o il professore della Columbia University Tim Wu.

“Come gruppo di pionieri e architetti originali di Internet e loro successori - recita la lettera - vi scriviamo urgentemente su una minaccia imminente al futuro della rete globale. La proposta della Commissione europea nell’articolo 13 della direttiva per il copyright nel mercato unico digitale partiva da buone intenzioni. Come creatori, condividiamo la preoccupazione per una equa distribuzione dei ricavi dall’uso online di opere protette dal diritto d’autore, che benefici i creatori, gli editori e le piattaforme. Ma l’articolo 13 non è la strada giusta. Richiedendo alle piattaforme Internet di eseguire un filtro automatico su tutti i contenuti caricati dai loro utenti, l’articolo 13 fa un passo in avanti senza precedenti verso la trasformazione di Internet da una piattaforma aperta alla condivisione e innovazione a uno strumento per la sorveglianza automatizzata e il controllo degli utenti”.

La lettera prosegue dicendo che questa misura invertirebbe il modello adottato fino ad oggi dalla direttiva sull’ecommerce, per cui chi carica contenuti su piattaforme neutre è responsabile degli stessi, mentre le piattaforme devono rimuovere i contenuti solo dopo che la loro illegalità sia stata portata alla loro attenzione, e non prima ancora che siano pubblicati.

Inoltre, scrivono i ricercatori (molti americani), la norma non colpirà solo le piattaforme Internet americane ma anche i concorrenti europei, a partire da medie e piccole imprese e startup che dovranno sobbarcarsi i costi delle tecnologie di filtro automatico. Ma l’impatto ci sarà anche sugli utenti, anche a chi contribuisce a siti collaborativi come Wikipedia e Github.

Il commento di un firmatario

“Il primo ordine di problemi è che la tecnologia di cui sta sta discutendo, il filtro automatico, è ampiamente imperfetta”, commenta ad AGI Stefano Zanero, professore di sicurezza informatica al Politecnico di Milano e tra i firmatari della lettera. “Oggi chi la usa lo fa volontariamente. Ma se lo metti come obbligo rischi che le piattaforme finiranno col togliere anche contenuti leciti per timore di incorrere in sanzioni. Inoltre queste tecnologie peseranno di più sulle spalle di realtà medio-piccole, a partire dalle aziende europee. Infine, i filtri non sanno distinguere il diritto di cronaca, di satira e così via. In generale bisognerebbe tenere presente che le piattaforme di contenuti generati dagli utenti permettono lo scambio di opinione e informazione che sono diritti costituzionalmente garantiti”.

La voce dei detentori di copyright

Di parere diametralmente opposto Enzo Mazza, presidente della Federazione dell’Industria Musicale Italiana (FIMI), che sostiene questa riforma del copyright. “Sono paure inesistenti, perché l’articolo 13 chiarisce semplicemente il ruolo e la collocazione delle piattaforme di contenuti”, commenta ad AGI, aggiungendo che “l’assenza di responsabilità prevista dalla direttiva ecommerce riguardava solo gli Isp e le telco, e non doveva applicarsi alle piattaforme di contenuto come YouTube”, come di fatto sarebbe poi avvenuto. Secondo Mazza, le realtà wiki e collaborative non avrebbero nulla da temere “perché l’ultima formulazione della proposta esclude le attività non a scopo di lucro”.



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